Usanze che furono
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Le bambine, divenute ragazze, hanno conseguito la licenza elementare non frequenteranno la scuola media per disinteresse familiare e per i “pericoli” connessi, diventano, quindi, da subito delle donne di casa. Le famiglie, quasi sempre numerose, hanno bisogno di “’na manu” da parte di tutte le componenti della famiglia, specialmente nell’allevare fratelli e nipoti. Non svolgendo la famiglia una attività in casa difficilmente vanno a lavorare fuori, al massimo vengono “mannati ‘nta ‘na custurera”, “a mastra” del vicinato per imparare “’u puntu” di grande utilità nella vita domestica.
Non avendo altri scopi, né compiti da assolvere, né progetti da realizzare resta loro un solo obiettivo: trovare un marito. Ed é questo che aspettano, impazienti, “s’abbessunu” e, nei pomeriggi estivi siedono a crocchio fra donne sui davanzali o, nella cattiva stagione, si affacciano in ogni occasione e senza motivo.
Una ragazza “virginedda” non sa niente della “vita”: questo che spesse volte é vero, quando non lo fosse deve essere simulato perché non può succedere che appaia “sapitura” di cose che il suo stato non le consente di sapere. Questo, se é vero quando la ragazza, lascia la condizione di bambina, diventa decisamente improbabile allorché cresce e le sue amiche d’infanzia “vanno facendo il salto” della barricata e inevitabilmente fanno qualche confidenza “fori postu” di “fimmini maritati”.
Infatti le donne maritate, quelle grandi, quando é presente ‘na carusa”, e il discorso prende una piega, che può turbarne le orecchie caste, la invitano ad allontanarsi (“attia, tu vattinni dda bbanna! Ca sti cosi ne po’ sentiri”) al fine di potere continuare a sostenere che lei non sa niente della vita.
Così pure il suo vocabolario é limitato dal “nubilato”, ci sono parole che “non stanu ‘nta vucca di ‘na picciuttedda schetta”, manco a dirlo sono quelle che fanno, direttamente o indirettamente riferimento al sesso e dintorni che qualora venissero, comunque pronunziate in sua presenza, bisogna che le lasci passare senza mostrare di comprenderle per non compromettere il suo stato di “picciotta schetta”.
Con queste accortezze possiede tutte le qualità di “carusa ‘ngenua” che, assieme a “carusa abbissata” e “carusa sora” sono le doti che la rendono appetibile agli “scapoli”, in genere del vicinato essendo ancora lontani i tempi del villaggio globale. Il detto “donne e buoi dei paesi tuoi” é caratteristico dei tempi, perché tutto succede nell’ambito del vicinato, anche per l’esigenza di non perdersi niente delle vicende di vita della prossima sposina, “’nzamai avissi fattu quarchi passu fassu!”
A proposito di passi falsi può essere annoverato fra questi il caso di colei che cambiasse fidanzato, contro il sacro principio radicato “unu ‘u zitu, unu ‘u maritu”, principio che non ammette deroghe per le famiglie “ca hanu russuri”. In forza di tale principio, l’unicità di obiettivo della giovane, il matrimonio, non autorizza la nubenda a lasciarsi scoprire a coltivare questa voglia, mostrando interesse per questo o per quello, il suo atteggiamento deve essere occhi bassi e indifferenza perché la scelta non spetta a lei, il consenso ad un eventuale pretendente deve venire dal padre (con il supporto “autorevole” della madre). La ragazza che non si attiene a queste regole di comportamento “si fa ‘a nomina di sfrinata”, che non è un bel titolo, la annovera fra le suffraggette che un giorno chiameremo “femministe”.
Hanno la pretesa del “fai da te” in materia matrimoniale, quelle le cui “fuitine” saranno autentiche, mentre le altre, la più parte, questa strada la percorrono per giungere al matrimonio per la scorciatoia. Fare un matrimonio con tutti i requisiti é roba da borghesi, annoverabile fra le aspirazioni di “’na matri arrinisciuta” che vuole rompere con la modesta tradizione familiare e potersi vantare “iu, a me figghia a maritai ccu velu, mi custau chiddu ca mi custau, ma iappi ‘na bella suddisfazzioni! Cci inchii na casa: bellu mobili, stili imperu, e ‘a doti di ‘na rigina. Mi desi ‘npreju! ” La ”fuitina”, invece, implica un successivo matrimonio “alla buona”, senza sfarzo.
Con il matrimonio la giovane, anche se precoce per l’atto, diventa a tutti gli effetti “’na fimmina maritata”, se si secca può dire le parolacce che una volta, da signorina, non si sognava neppure; se si trova in un consesso può dire le sue parole “grasse” e sorridere ai doppi sensi.
Ma continua a non sapere nulla di nulla, fatta eccezione per la parte pratica, per lei sa tutto il marito, anche se, e non capita solo qui, il marito, ha, in materia, una educazione da lupanare, fatta più da parole sboccate, frutto di un passaparola invece che da informazioni certe e verificate.
I matrimoni fondati su questi presupposti, come la mancanza delle conoscenze fondamentali per l’intesa e la conoscenza reciproca, non hanno tanta consistenza, il soccorso viene dalla mentalità e dai condizionamenti che, più che la fede e la formazione, impongono l’indissolubilità,.
Al primo screzio le famiglie corrono ai ripari, quella di lei come quella di lui, soprattutto in presenza di figli, ma anche senza; né lui né lei vuole accettare “il libello del ripudio”, lei perché non si pensi che prima o in costanza di matrimonio abbia “fattu ‘n passu fassu”, lui perché non si insinui il dubbio di non essere “abile” al ruolo.
La cosa si risolve sempre con la remissività della donna alla quale tutti ricordano di “fari paciènza, comu ava fattu so matri, so zia, so soru….” c’é sempre qualcuna prima, ma la verità é che una donna non può, per motivi diversi (economici e sociali in particolare), permettersi di chiudere in tal modo una esperienza matrimoniale. Se il marito é proprio “’na cruci”, “megghiu ‘na santa morti!”, l’unica soluzione che rende giustizia alla “mala maritata”. Nella norma finisce sempre che la moglie “cci pigghia i versi” e “cci attacca affizzioni” perché non gode di una bella considerazione la donna “spartuta du maritu”, é sempre di quel tipo suffraggette, in seguito femministe, dietro la quale si “mussia”.
La moglie canonica é formalmente, buona, remissiva e accomodante, che è, o si mostra, come appendice dell’uomo che, “’nsittannu o sbagghiannu”, ha preso in marito e al quale ha promesso che lo avrebbe seguito “dovunque avesse voluto fissare il suo domicilio”, divenendo cosa sua e accettando, se necessario, anche le corna.. Ho conosciuto qualche moglie, di cultura ortodossa, che, nel preparare la tavola, disponeva i piatti per i figli, e “’a ‘nzalatera” per il marito, il suo coperto non c’era, lei mangiava attingendo da quello di lui a testimonianza dell’unione della coppia e dello stato di soggezione della donna, nel “gradito” ruolo complementare di amministratrice della casa, fattrice ed educatrice di figli.
E’ nella caratteristica dell’uomo “cacciatore” immaginare, soddisfare o millantare il suo “smodato“ interesse per “i fimmini”, una questione di dignità non trascurabile, pena la scarsa considerazione dei propri simili (quelli con lo stesso metro). E’ un principio generale che fa adepti in tutto il mondo, in tutte le classi sociali, specie fra quelle in cui impera l’ostentazione di disponibilità economica, di mascolinità o di potere che sottomette tutto e tutti. Che rende talmente appagati, da cui il famoso detto “u cumannari é megghiu du futtiri”. Costoro, vero o no, devono far credere a conoscenti, amici, al mondo intero che loro, se non hanno una gran bella moglie, hanno “na bedda fimmina”(amante) dalla quale traggono il massimo del diletto, realizzando, così, in toto la loro mascolinità, “sacrificata”, con il matrimonio, alla famiglia.
Il ruolo della moglie, infatti, é uno soltanto: fare figli (una volta più numerosi) che testimonino la sua “potentia generandi” e gestire la famiglia sia sotto l’aspetto materiale che morale, ma stando “al posto suo”. A gestire la sua immagine di “ maschio” ci pensa lui esibendo la sua “potentia coheundi” con parole e fatti, spesse volte più parole che fatti. Le donne di qua (le altre non sono diverse), purché torni a casa, hanno il massimo della comprensione: é “masculu”.
Chi dirige, chi indirizza, chi raddrizza l’errore?
La “fimmina di spirienza” colei che conosce la vita, non per studi fatti, ma per averla vissuta e per aver visto altri viverla in tanti anni. Donna Tudda, ottanta anni portati con lucidità. In un ambito culturale dove la vita è unica scuola, e non vi sono titoli accademici, il titolo riconosciuto è l’età, o meglio l’esperienza che questa si porta dietro. Per questo motivo nelle culture passate la canizie, l’anzianità ha sempre goduto di un credito che a noi, che ci avviamo ad essere i vecchi di domani, non verrà riconosciuto. Condizione irrinunciabile é l’assenza di rincoglionimento, l’abilità a dire il proprio pensiero e la saggezza nel consigliare. Donna Tudda accorreva, chiamata, a motivare persone sfiduciate, a ricomporre situazioni in disfacimento e cercare soluzioni ispirate dalla saggia esperienza. Quanti argomenti ha, provenienti dai tanti ricordi della vita.
Posted by Mile on aprile 27th, 2009 :: Filed under Catania com'era.., Sociologia