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Cucina e non solo…..

Usanze che furono


Le bambine, divenute ragazze, hanno conseguito la licenza elementare non frequenteranno la scuola media per disinteresse familiare e per i “pericoli” connessi, diventano, quindi, da subito delle donne di casa. Le famiglie, quasi sempre numerose, hanno bisogno di “’na manu” da parte di tutte le componenti della famiglia, specialmente nell’allevare fratelli e nipoti. Non svolgendo la famiglia una attività in casa difficilmente vanno a lavorare fuori, al massimo vengono “mannati ‘nta ‘na custurera”, “a mastra” del vicinato per imparare “’u puntu” di grande utilità nella vita domestica.
Non avendo altri scopi, né compiti da assolvere, né progetti da realizzare resta loro un solo obiettivo: trovare un marito. Ed é questo che aspettano, impazienti, “s’abbessunu” e, nei pomeriggi estivi siedono a crocchio fra donne sui davanzali o, nella cattiva stagione, si affacciano in ogni occasione e senza motivo.
Una ragazza “virginedda” non sa niente della “vita”: questo che spesse volte é vero, quando non lo fosse deve essere simulato perché non può succedere che appaia “sapitura” di cose che il suo stato non le consente di sapere. Questo, se é vero quando la ragazza, lascia la condizione di bambina, diventa decisamente improbabile allorché cresce e le sue amiche d’infanzia “vanno facendo il salto” della barricata e inevitabilmente fanno qualche confidenza “fori postu” di “fimmini maritati”.
Infatti le donne maritate, quelle grandi, quando é presente ‘na carusa”, e il discorso prende una piega, che può turbarne le orecchie caste, la invitano ad allontanarsi (“attia, tu vattinni dda bbanna! Ca sti cosi ne po’ sentiri”) al fine di potere continuare a sostenere che lei non sa niente della vita.
Così pure il suo vocabolario é limitato dal “nubilato”, ci sono parole che “non stanu ‘nta vucca di ‘na picciuttedda schetta”, manco a dirlo sono quelle che fanno, direttamente o indirettamente riferimento al sesso e dintorni che qualora venissero, comunque pronunziate in sua presenza, bisogna che le lasci passare senza mostrare di comprenderle per non compromettere il suo stato di “picciotta schetta”.
Con queste accortezze possiede tutte le qualità di “carusa ‘ngenua” che, assieme a “carusa abbissata” e “carusa sora” sono le doti che la rendono appetibile agli “scapoli”, in genere del vicinato essendo ancora lontani i tempi del villaggio globale. Il detto “donne e buoi dei paesi tuoi” é caratteristico dei tempi, perché tutto succede nell’ambito del vicinato, anche per l’esigenza di non perdersi niente delle vicende di vita della prossima sposina, “’nzamai avissi fattu quarchi passu fassu!”
A proposito di passi falsi può essere annoverato fra questi il caso di colei che cambiasse fidanzato, contro il sacro principio radicato “unu ‘u zitu, unu ‘u maritu”, principio che non ammette deroghe per le famiglie “ca hanu russuri”. In forza di tale principio, l’unicità di obiettivo della giovane, il matrimonio, non autorizza la nubenda a lasciarsi scoprire a coltivare questa voglia, mostrando interesse per questo o per quello, il suo atteggiamento deve essere occhi bassi e indifferenza perché la scelta non spetta a lei, il consenso ad un eventuale pretendente deve venire dal padre (con il supporto “autorevole” della madre). La ragazza che non si attiene a queste regole di comportamento “si fa ‘a nomina di sfrinata”, che non è un bel titolo, la annovera fra le suffraggette che un giorno chiameremo “femministe”.
Hanno la pretesa del “fai da te” in materia matrimoniale, quelle le cui “fuitine” saranno autentiche, mentre le altre, la più parte, questa strada la percorrono per giungere al matrimonio per la scorciatoia. Fare un matrimonio con tutti i requisiti é roba da borghesi, annoverabile fra le aspirazioni di “’na matri arrinisciuta” che vuole rompere con la modesta tradizione familiare e potersi vantare “iu, a me figghia a maritai ccu velu, mi custau chiddu ca mi custau, ma iappi ‘na bella suddisfazzioni! Cci inchii na casa: bellu mobili, stili imperu, e ‘a doti di ‘na rigina. Mi desi ‘npreju! ” La ”fuitina”, invece, implica un successivo matrimonio “alla buona”, senza sfarzo.
Con il matrimonio la giovane, anche se precoce per l’atto, diventa a tutti gli effetti “’na fimmina maritata”, se si secca può dire le parolacce che una volta, da signorina, non si sognava neppure; se si trova in un consesso può dire le sue parole “grasse” e sorridere ai doppi sensi.
Ma continua a non sapere nulla di nulla, fatta eccezione per la parte pratica, per lei sa tutto il marito, anche se, e non capita solo qui, il marito, ha, in materia, una educazione da lupanare, fatta più da parole sboccate, frutto di un passaparola invece che da informazioni certe e verificate.
I matrimoni fondati su questi presupposti, come la mancanza delle conoscenze fondamentali per l’intesa e la conoscenza reciproca, non hanno tanta consistenza, il soccorso viene dalla mentalità e dai condizionamenti che, più che la fede e la formazione, impongono l’indissolubilità,.
Al primo screzio le famiglie corrono ai ripari, quella di lei come quella di lui, soprattutto in presenza di figli, ma anche senza; né lui né lei vuole accettare “il libello del ripudio”, lei perché non si pensi che prima o in costanza di matrimonio abbia “fattu ‘n passu fassu”, lui perché non si insinui il dubbio di non essere “abile” al ruolo.
La cosa si risolve sempre con la remissività della donna alla quale tutti ricordano di “fari paciènza, comu ava fattu so matri, so zia, so soru….” c’é sempre qualcuna prima, ma la verità é che una donna non può, per motivi diversi (economici e sociali in particolare), permettersi di chiudere in tal modo una esperienza matrimoniale. Se il marito é proprio “’na cruci”, “megghiu ‘na santa morti!”, l’unica soluzione che rende giustizia alla “mala maritata”. Nella norma finisce sempre che la moglie “cci pigghia i versi” e “cci attacca affizzioni” perché non gode di una bella considerazione la donna “spartuta du maritu”, é sempre di quel tipo suffraggette, in seguito femministe, dietro la quale si “mussia”.
La moglie canonica é formalmente, buona, remissiva e accomodante, che è, o si mostra, come appendice dell’uomo che, “’nsittannu o sbagghiannu”, ha preso in marito e al quale ha promesso che lo avrebbe seguito “dovunque avesse voluto fissare il suo domicilio”, divenendo cosa sua e accettando, se necessario, anche le corna.. Ho conosciuto qualche moglie, di cultura ortodossa, che, nel preparare la tavola, disponeva i piatti per i figli, e “’a ‘nzalatera” per il marito, il suo coperto non c’era, lei mangiava attingendo da quello di lui a testimonianza dell’unione della coppia e dello stato di soggezione della donna, nel “gradito” ruolo complementare di amministratrice della casa, fattrice ed educatrice di figli.
E’ nella caratteristica dell’uomo “cacciatore” immaginare, soddisfare o millantare il suo “smodato“ interesse per “i fimmini”, una questione di dignità non trascurabile, pena la scarsa considerazione dei propri simili (quelli con lo stesso metro). E’ un principio generale che fa adepti in tutto il mondo, in tutte le classi sociali, specie fra quelle in cui impera l’ostentazione di disponibilità economica, di mascolinità o di potere che sottomette tutto e tutti. Che rende talmente appagati, da cui il famoso detto “u cumannari é megghiu du futtiri”. Costoro, vero o no, devono far credere a conoscenti, amici, al mondo intero che loro, se non hanno una gran bella moglie, hanno “na bedda fimmina”(amante) dalla quale traggono il massimo del diletto, realizzando, così, in toto la loro mascolinità, “sacrificata”, con il matrimonio, alla famiglia.
Il ruolo della moglie, infatti, é uno soltanto: fare figli (una volta più numerosi) che testimonino la sua “potentia generandi” e gestire la famiglia sia sotto l’aspetto materiale che morale, ma stando “al posto suo”. A gestire la sua immagine di “ maschio” ci pensa lui esibendo la sua “potentia coheundi” con parole e fatti, spesse volte più parole che fatti. Le donne di qua (le altre non sono diverse), purché torni a casa, hanno il massimo della comprensione: é “masculu”.
Chi dirige, chi indirizza, chi raddrizza l’errore?
La “fimmina di spirienza” colei che conosce la vita, non per studi fatti, ma per averla vissuta e per aver visto altri viverla in tanti anni. Donna Tudda, ottanta anni portati con lucidità. In un ambito culturale dove la vita è unica scuola, e non vi sono titoli accademici, il titolo riconosciuto è l’età, o meglio l’esperienza che questa si porta dietro. Per questo motivo nelle culture passate la canizie, l’anzianità ha sempre goduto di un credito che a noi, che ci avviamo ad essere i vecchi di domani, non verrà riconosciuto. Condizione irrinunciabile é l’assenza di rincoglionimento, l’abilità a dire il proprio pensiero e la saggezza nel consigliare. Donna Tudda accorreva, chiamata, a motivare persone sfiduciate, a ricomporre situazioni in disfacimento e cercare soluzioni ispirate dalla saggia esperienza. Quanti argomenti ha, provenienti dai tanti ricordi della vita.


Posted by Mile on aprile 27th, 2009 :: Filed under Catania com'era.., Sociologia

Come si parlava


Nell’eloquio del catanese “marca liotru”, ricorre una specie di tic che è, invece, un intercalare ossessivo di cui, chi lo usa, perde il controllo fino al punto di vederselo scappare nei momenti meno opportuni, con le persone meno adatte, in presenza di signore, anche le più “schizzinose”. Nella letteratura classica lo si ritrovava nelle forme di ”ohibò!”, “cribbio!”, “sacripante!” (tutti ci interrogavamo sul significato letterale, ma, di una cosa eravamo certi, manifestava meraviglia), nella letteratura corrente, più realistica, non ci si fa scrupolo di convertirlo, con disinvoltura, in “c….!”(il significato é palese e non ci si meraviglia più). Come non ci si meraviglia più della “m…..!” frapposta ogni tre/quattro parole che, piuttosto che fare perdere il filo del discorso, intende sottolinearlo, contribuendo a dargli colore.

Il nostro, infatti, é un linguaggio colorito ed efficace che colpisce la fantasia dell’ascoltatore e, poiché alle parole si accompagnano i gesti, a quello che le parole non dicono sopperisce la mimica.

L’efficacia dei termini e la mimica connessa è inversamente proporzionale alla proprietà di linguaggio, al garbo e alla signorilità dell’interlocutore. Per cui più l’estrazione è popolare più il parlare è colorito ed il gesticolare enfatico Usa termini e gesti che colpiscono, teatrali, ironici, da commedia dell’arte o da tragedia greca. Nel popolo minuto qualsiasi cosa si dica, deve attingere un solo obiettivo: convincere, senza lasciare dubbi nell’interlocutore. Per cui se si fa un giuramento ci si appella al trascendente “Bedda Matri!”, “Quantu vogghiu beni ‘o Signori!”, “Sull’Ostia Sacra” o ai valori altrettanto sacri della vita e della famiglia quali “Quantu stimu ‘a saluti!” o “Quantu stimu ‘a vista di l’occhi”, il famoso “m’ha moriri mò omà !” o il definitivo “m’hanu ammazzari!”.

Le imprecazioni partono dall’eufemistico “caspitina!”, al “caspitina daveru!” , “botta di vilenu!”, “botta di sangu!” per giungere al conclusivo “morti ovva….” cui è implicita l’aggiunta “ca non ti”, “ca non mi”, “ca non nni” “viri”.

Infine ci sono “i jastimi”(invettive) un malo augurio all’indirizzo di chi, si ritiene, abbia fatto del male o abbia agito in maniera da procurare danno, ma anche, nel parlare familiare, per scaricare uno stato d’ira. Di queste “jastime” ce ne sono tante e di vario tipo, spessissimo tinte di sangue come “’ncamiu di pettu!”, “t’hanu ammazzari!” o, con la variante, “t’hanu ammazzari a scanciu!”, “t’hanu a purtari tisu tisu!”.

“Diu ni scanzi di li mali lingui!”, non c’è di peggio che incappare nell’ostilità di qualcuno intollerante e di basso lignaggio o di cultura popolare perché mentre l’uno normale ti manda soltanto a quel paese, con l’altro rischi di finire sotto un treno.

Ma il bello della nostra cultura e del nostro linguaggio sono proverbi, motti e modi di dire che arricchiscono la parlata dei nostri vecchi, “genti di ‘spirienza ca canusciunu ‘a vita”. A sentire parlare un vecchio di questi, spesse volte, ti senti scaricare addosso una caterva di ovvietà e di luoghi comuni, ma talvolta, se hai la fortuna di trovare il vecchio giusto, senti la saggezza “trasudare” dalle sue parole, pesate e accompagnate da detti, ricchi di cultura, concentrato di esperienza tramandataci dagli avi ,”i palori d’antichi non ponnu veniri mai menu”. I detti, i proverbi e le massime sono tanti e volere tentarne una esposizione, sia pure una piccola, non è quello che ci si propone, c’è chi lo ha già fatto con competenza, si vuole semplicemente ricordare come la parlata del nostro popolo è cultura, che andiamo perdendo senza farcene scrupolo come, un giorno per fare spazio, ci liberammo d’armuarri, du cantaranu, da crirenza, da buffetta du nannu, du lavamanu e da tuletta da zà Cuncittina e du lettu di ferru da nanna con la testata dipinta a fiori. Oggi, tornato l’interesse per l’antico, ci fustigheremmo.

Cosa succederà ai nostri figli, quando, finita la moda del villaggio globale, sentiranno il bisogno di tornare alle “radici”? Si accorgeranno, allora, della povertà di spirito, del complesso di inferiorità e della meschinità di noi genitori che abbiamo, per una presunta “signorilità”, omesso di trasmettere loro la cultura che i nostri padri hanno costruito “muddichedda a muddichedda” con l’apporto delle civiltà che, nel corso dei secoli, da un canto ci hanno assoggettati, dall’altro ci hanno arricchiti lasciandoci traccia del loro passaggio.

Cose di un altro mondo!


Posted by Mile on aprile 27th, 2009 :: Filed under Catania com'era.., Sociologia

Mestieri e lavori scomparsi


Due righe sono da dedicare a beneficio di quell’eventuale giovane lettore che non avesse mai sentito i termini “stazzuni”, “minicuccu” o “mauru” e non avesse mai sentito suo padre, timoroso di apparire un fossile, raccontare come era la vita nella sua giovinezza. Non immagina neppure che si potesse vivere in assenza di questa società dei consumi che gli stiamo lasciando in eredità, ma sappia che, quelli di noi che hanno coscienza, al consumismo abbiamo sacrificato la vita semplice, a misura d’uomo, di questa non andiamo fieri e di quella vita siamo un poco nostalgici.

Quando la mattina, all’alba, incominciava il nuovo giorno e le strade si animavano per il viavai degli uomini diretti al lavoro, le attività cominciavano di buon mattino perché si insegnava che é “’a matinata fa ‘a jurnata”. A quell’ora passava la vecchia o la giovanissima pastora che, con le sue caprette al seguito, portava il latte di casa in casa, dove ci si apprestava a fare colazione: La massaia usciva sull’uscio con una ciotola o lo stesso pentolino che avrebbe messo sul fuoco a bollire e assisteva la pastora che “mungeva” la sua capretta, che belava infastidita dalle frequenti palpazioni. Questi pastori non provenivano da lontano; nello stesso quartiere, in delle vie o dei cortili interni, attaccate alle case di “civile abitazione”, vi erano le stalle con le caprette, le pecorelle ed anche le mucche. Se i pastori con le bestiole più piccole andavano per le case a distribuire il latte, i pastori con le mucche lo distribuivano in stalla per cui bisognava andare attrezzati di bottiglia per attingere dai classici bidoni di alluminio il latte fumante, talvolta più caldo della temperatura corporea della mucca (la sofisticazione é antica). Era bello il latte appena munto, chi c’era in quei tempi, ne ha un bel ricordo, specie se l’ha vissuto da una posizione comoda e serena.

Ma prima di questi, che sembravano i lavoratori più mattinieri, c’erano quelli che andavano in campagna (‘a chiana), perché lavoratori agricoli, sensali, commercianti, o “cicuniari”. La cicoria é la verdura nota, ma il personaggio che da essa trae il nome é quel lavoratore instancabile che, nel corso dell’anno, ciclicamente andava per terre incolte a raccogliere erbe e prodotti spontanei, omaggi della madre terra. Questi raccoglievano e vendevano, oltre le verdure spontanee (“ciconia”, “scalora”, “vurranii”, ”caliceddi” “seghili salvaggi”, etc.), anche i “carduni”, i “cacucciuliddi”, i “vaccareddi”, i “crastuni” che dovevano essere saputi cercare in relazione agli eventi meteorologici e alla collocazione, in ciò consisteva la loro professionalità (mastranza).

Oltre alle stalle che ospitavano le graziose pecore, le cornute capre e le mansuete mucche, vi erano pure quelle dove i “carritteri”, i trasportatori dell’epoca, tenevano il “mezzo” che, a quel tempo, era il mulo o il cavallo, “motrice” con l’annesso carretto o “carramattu”, che, in seguito, hanno passato la mano ai camionisti, eredi naturali della professione con “tecnologia” avanzata. C’erano le stalle di quegli altri che tenevano il cavallo come hobby per attaccarlo al calesse e scorazzare per le strade del quartiere nel tempo libero, oggi sostituito dalle potenti moto e dalle fiammanti automobili. C’erano i “malazzeni”, dove venivano selezionati gli agrumi e la frutta per l’esportazione o ripuliti ortaggi e frutta per la conservazione, c’erano le concerie dove venivano essiccate le pelli degli animali, c’erano…… tanti altri posti che producevano rifiuti sgradevoli, e c’erano i ”fumirara”, i raccoglitori del “fumeri”, il prodotto delle stalle e ogni genere di rifiuto, destinato a concimare i vicini orti e le campagne più distanti. Una professione che surrogava il servizio pubblico della “nettezza urbana”, allora carente “poco più” che oggi. I “fumirara” raccoglievano nelle stalle, negli stabilimenti, nelle botteghe e per le strade il materiale organico di risulta che, venduto a chi ne poteva trarre utilità, era fonte di reddito per quelle famiglie, che da questo traevano sostentamento. Un giorno, dopo lunghe battaglie, partite dalla Salette, con in testa quel “capopopolo” di don Bonomo (S.d.B.), un lungo corteo di carrettini sporchi quanto mai, mezzi di lavoro di questi antesignani dei moderni operatori ecologici, sfilò per il quartiere fino ad un punto di raccolta dove vennero dati alle fiamme. Questo segnò la fine di una “professione” (?), i “reduci” passarono a libro paga del comune per una collocazione più sicura e dignitosa.

Antesignano dei moderni testimonials, si vedeva circolare per il quartiere, in epoca antecedente al popolarissimo Carosello televisivo, era il banditore. Un uomo caratteristico nel suo vistoso abbigliamento da clown che, con il suo tamburo, agli angoli delle vie richiamava l’attenzione (e non era difficile) dei passanti e dei residenti per procedere con la sua voce stentorea, aiutata da un tradizionale megafono, a fare la reclame (oggi pubblicità) a qualsiasi cosa gli venisse proposto di “vanniari”. Informava che la tale o tal’altra macelleria aveva una buona partita di carne per un’occasione determinata da un incidente occorso ad un vitello(“carni sdurrubbata”), che il pastificio, necessitato a smaltire le scorte, proponeva delle offerte speciali, che il negozio di tessuti si era approvvigionato di una buona partita di stoffa e voleva parteciparlo ai cittadini perché ne approfittassero. In parole povere era la promozione delle vendite fatta in forma artigianale che, con la sua audience amplificata dal passaparola, come in altra forma e dimensione succede oggi, era già l’anima del commercio.

Altre attività, connesse con la vita marinara, sono scomparse o si sono ridimensionate, ma erano presenti nel quotidiano della nostra giovinezza. Si vedeva, in tutte le stagioni, passando dal litorale della Playa, sulla riva un uomo dentro l’acqua dalla cintola in giù che, con movimenti lentissimi e procedendo come un gambero, trascinava un attrezzo, era il pescatore di telline, i “cozzuli da Playa”, che si raccolgono nelle rive sabbiose, al contrario, i mitili, i “cozzuli di Missina” che, con immersione integrale, vengono raccolte fra gli scogli, dove, chi va prende pure “rizzi”, “occhi di voi”, pateddi” ed, infine, “u mauru”. Anche queste cose sono andate via via scomparendo, non si può dire che non si vedano più, ma la frequenza non è quella di una volta, allorché il marinaio che aveva un po’ di tempo libero, ma soprattutto necessità di intascare qualche spicciolo, nella buona stagione in particolare, si immergeva e tornava con il “pescato” che vendeva direttamente. Fra queste la cosa che si è persa del tutto è “u mauru”, un’erba marina “citrigna” dall’inconfondibile gusto di mare che veniva proposta per le strade e servita in cartocci di carta paglia con succo di limone e una spolverata di sale. Erano lavori poveri, da fare a tempo perso perché non redditizi, forse per questo scomparsi, c’é da dire, però, che l’inquinamento delle coste ha fatto il più.

Tornando alle usanze e ai sapori perduti meritano di essere commemorati i “ceusa” bianchi e neri, quest’ultimi specialmente caratterizzavano le albe estive quando ti svegliava il grido del venditore : “ceusa bbelli, ma niuri!” e i genitori li raccomandavano, ma non ce ne era necessità, ai figli perché erano rinfrescanti, in particolare “’u sciroppu di ceusu”. Nonostante il gusto lievemente aspro, andavano a ruba, diversi erano i ”ceusa janchi” con quel gradevole gusto e l’odore delicatissimo. Crescendo ho capito che i gelsi erano un residuato del periodo della Catania produttrice della seta che, finita da un pezzo, ha portato con sé la presenza di questi alberi che hanno ceduto il passo alla cementificazione selvaggia ed è anche scomparsa la generazione di contadini, disposti a sporcarsi per raccoglierli, i miei nipoti ignoreranno che cosa fossero, come gia i miei figli non hanno conosciuto i “pira jalofuru”, i “piricedda di S. Giuvanni”, i “sorvi”, i “’nzalori” e i “minicucca”……… Quando lo snack bar non era diffuso e non c’erano né merendine né gelati industriali, ma c’era sempre la voglia di fare uno spuntino, per le strade trovavi chi ti proponesse qualche rimedio “ppi ‘ntuppari ‘nvuridduzzu”. Nelle mattinate d’estate per le strade c’erano certamente i carrettini dei venditori di “minnulata” che si accompagnava splendidamente “ccu ‘na bella mafadda cca giugiulena” o d’inverno uno che con lo stesso carrettino ti proponeva “u pani di napuli”, ancora caldo, a forma di filoncini monodose o a fette se la forma era di pancarré, un pane nel cui impasto erano inframmezzati i “ficu sicchi” oppure “’nmunzeddu di ficurinnia” che venivano sbucciati e consumati sul posto. Un menzione merita “’u sanceli” e “’a quarumi” che agli angoli delle vie era lo snack dei pomeriggi e delle sere fredde che, possiamo non avere apprezzato, ma facevano parte delle caratteristiche dei quartiere popolari, erano appannaggio degli operatori dei macelli che, invece di “ittari ‘u sangu” e disponendo delle interiora degli animali macellati, li cuocevano a beneficio degli estimatori che accorrevano alle ”quarare” per consumare sul posto. Dietro c’era sempre una “putia” (bottega del vino) per “rifarsi” la bocca dopo questi bocconi inevitabilmente grassi.

“Pallini e carboni!” – Così si annunciava l’uomo nero, “u carvunaru”, come il nordico spazzacamino, che, con il suo carretto altrettanto nero, andava di strada in strada ad offrire la sua mercanzia. Negli anni della nostra infanzia si cucinava a carbone nelle cucine in muratura o nei focolari mobili (“i fucuni di crita”), non esistevano le cucine a gas, e il combustibile usato era la legna o il carbone nelle sue varietà: “carvuni”, “carvuneddu tenniru” e “pallini”, un impasto con polvere di carbone. Lo stesso vendeva pure i detersivi: “sapuni”, “leva macchi”, “varichina”. Per la “liscìia” (per fare il bucato più bianco) vigeva il fai da te, le donne dell’epoca sapevano come, utilizzando la cenere “du fucularu” o “da conca”(braciere).

Il barbiere lo conosciamo come estetista, un operatore di bellezza, ma questa sua attuale specializzazione viene da lontano se ricordiamo che, oltre a fare tagli di capelli e radere barbe, ha collaborato, nei tempi, con il chirurgo per asportare arti, per incidere “craunchi”, per asportare denti, ma quando ero piccolo, sulla porta delle sale da barba spesse volte si leggeva “si applicano sagnetti”. Era l’ultima risorsa del barbiere come operatore sanitario: applicare sanguisughe su chi aveva necessità di un salutare salasso a scopo terapeutico.

Nel secondo dopoguerra gli americani portarono, tra l’altro, le calze di nylon, un indumento chic destinato a promuovere le gambe e la sensualità femminile, fino ad allora mortificata dalle gonne lunghe e dalle opache calze di seta. Ma la delicatezza del nuovo materiale e la scarsa dimestichezza nel maneggiarlo procurava frequenti “smagliature” dell’indumento e il costo non consentiva un frequente rinnovo del parco-calze. Nacque una attività per venire in soccorso alla vanità delle donne non abbienti, la “rimagliatrice” di calze di nylon. Era la parente povera della sarta, la professione femminile per eccellenza, che aveva il vantaggio di essere esercitata nel proprio domicilio, senza “fari parrari a nuddu”. Dello stesso genere era pure il lavoro della “macchinista” che, restando in casa, poteva cucire la partita di tomaie che il fabbricante di calzature le andava affidando. Diverso era per quelle che, costrette dal bisogno, uscivano di casa: il lavoro femminile non autonomo si svolgeva in casa d’altri per chi andava “a servizio”, nei “malazzeni” per quelle che lavoravano alla trasformazione dei prodotti agricoli e nelle “fabbriche” in pericolosa promiscuità che metteva a repentaglio la onorabilità, se non la virtù. Nel quartiere, posto alla periferia della città, sorgevano i luoghi in cui si svolgevano quelle attività manifatturiere con carattere industriale dove la manodopera femminile era preferita. Si ricordano per tutte le “sucarrara”, che, già dall’inizio del secolo ventesimo, prestavano la loro opera presso la vecchia caserma borbonica, divenuta per i catanesi “’a manifattura” dei tabacchi e le “pusparara” della “fabbrica de’ prospiri” di via “uttanta pammi”(via della Concordia).

Quando eravamo bambini, andando a scuola, lungo le strade, meno trafficate di oggi, si vedevano davanti alle porte e sui marciapiedi degli stecchi gialli messi ad asciugare su dei teli di “sacco” che prendevamo furtivamente per succhiarne il gusto. Erano le radici che le donne, su commissione, ripulivano spellandole con un coltello e li mettevano ad asciugare al sole per poi riconsegnarle alla “fabbrica di niculizia” che avrebbe fatto quel decotto che, essiccato, forma i bastoncini di liquirizia.

Erano i tempi in cui esistevano gli “stabilimenti” della liquirizia che, per i loro fumi e gli odori che sprigionavano erano allocati fuori dalla cinta urbana. Nella mia prima giovinezza ne ho registrati due, ai margini di questa, che era una vera e propria industria, c’era l’attività delle misere donne che, con un lavoro a domicilio di pochissimo valore aggiunto, preparavano la materia prima:, quelle, appunto, che ripulivano le radici.

Un altro opificio, allocato fuori dalla città, era “u stazzoni”, l’azienda produttrice di laterizi come “madduni, canali, e quatretti (piastrelle)” e altri oggetti di uso comune quali “tiani, rasti, quartari, bummuli” e “fuculari”, dei quali materia prima è la creta, che, asciugata al sole, veniva cotta nella “carcara” (fornace).


Posted by Mile on aprile 27th, 2009 :: Filed under Catania com'era.., Sociologia

Giochi e hobbies di un tempo


Fin da ragazzini l’occasione del “gioco” si presenta sotto forma di “bische volanti” sparse in piazze, mercati e agli angoli delle vie: con un paio di dadi , una rudimentale roulette o un mazzo di carte, e l’aiuto di un “compare”, iniziano i ragazzi al brivido del gioco.

Comincia così il “demone del gioco” ad impossessarsi delle sue vittime. Da grandi ci si incontra, naturalmente, in posti chiusi dove si accede se conosciuti e dove si rischia molto. Non é la roulette, non sono il poker, il baccarat, né lo chemin de fer ha tenere banco, ma la “volgare”, popolarissima “zicchinetta”. Così giocando contrabbandieri, magnaccia e ladri di ogni risma, ”ccu du’ manu di zicchinetta”, fanno circolare milioni, grosse automobili, case, locali pubblici e “fimmini”. Questo si verifica durante tutte le stagioni, anche se, nel rispetto delle tradizioni, registra un incremento in periodo natalizio e di fine anno. In questo periodo, in cui le bische clandestine registrano il tutto esaurito, questi locali diventano anche utili fonti di approvvigionamento “di contante fresco e pulito”. Il gioco come fonte di affari é una variante per le attività della malavita tradizionale: c’é chi si indebita, firma cambiali, ingenerando uno stato di soggezione per debiti da gioco: motivo di “passaggi di mano” di attività commerciali o di grosse spese per il pagamento di interessi usurari.

Le scommesse hanno molta fortuna, siano esse gestite dallo stato come il lotto, il totocalcio, sia quelle, a carattere locale, le clandestine. Rischiare una somma con l’intento di vederla “lievitare” é una aspirazione diffusa, figurarsi fra chi vive in situazione di precarietà e che, allorché vuole “sbilanciarsi” in qualche spesa di straordinaria amministrazione, ha due possibilità: ricorrere all’usuraio o sperare in un colpo di “fortuna” (più comunemente chiamata “culo”), scommettendo. Scommesse se ne faranno tante, nelle piazze, nei bar e in tutti i posti di ritrovo, sui fatti più diversi (per gli eventi sportivi, sui quelli della vita quotidiana, su…..la fantasia non manca), ma una menzione particolare meritano le corse dei cavalli. Fra le mura di quelle case fatiscenti dei quartieri maggiormente periferici, oltre alle persone, spesse volte trovano ospitalità dei belli cavalli di razza che, da quando sono scomparse le carrozze e i calessi, non hanno ragione di stare nei centri abitati, tranne che ci sia in programma una qualche perfomance, in qualche rettifilo, anche non tanto isolato. Talvolta sono gare fra “amatori” ed allevatori di puro sangue, per proprio diletto; altre volte é una iniziativa a più ampio respiro e con una “borsa” più “pesante” che richiama una larga partecipazione di scommettitori e l’attenzione delle forze dell’ordine che intervengono a tutela delle strade cittadine per l’uso improprio e, “scandalizzate”, perché l’illegalità venga consumata senza utile per lo stato.


Posted by Mile on aprile 27th, 2009 :: Filed under Catania com'era.., Sociologia