Nei 25 anni che decorsi dal 1978 in cifre assolute i cattolici battezzati sono cresciuti del 43,5 per cento, passando da 757 milioni a 1 miliardo e 85 milioni.
Ma in proporzione alla popolazione mondiale sono diminuiti. Infatti, mentre nel 1978 i cattolici erano il 18 per cento, nel 2003 il 17 del totale. La variazione, naturalmente, è diversa da continente a continente. In Europa le cifre sono rimaste stazionarie. In Africa invece il numero dei battezzati ha avuto un aumento esplosivo: da 55 milioni nel 1978 a 144 milioni nel 2003, passando dal 12 per cento della popolazione africana al 17 per cento. L’Africa ha accresciuto, così, il suo peso anche all’interno del cattolicesimo mondiale. In venticinque anni i cattolici africani sono saliti dal 7 al 13 per cento dell’insieme. Al contrario, i cattolici europei sono scesi dal 35 al 26 per cento del tutto.
Facendo le proporzioni tra preti e fedeli, però, l’Europa continua ad essere un continente privilegiato: a ogni sacerdote diocesano o religioso corrispondono, in media, 1.386 fedeli, mentre in Africa 4.723, un carico ancor più pesante che nel 1978, quando i fedeli per sacerdote erano 3.200. Dell’evoluzione futura sono un indicatore importante le vocazioni al sacerdozio. In Europa, ogni 100 sacerdoti attivi, i candidati a rimpiazzarli sono solo 12, mentre in Africa sono 72 e in Asia 60. Analogamente, per ogni milione di fedeli, i candidati al sacerdozio sono 87 in Europa, 150 in Africa e 250 in Asia.
Da queste cifre nude si evince come la situazione del cattolicesimo in Europa viva una condizione di criticità seria.
Ma al di là delle cifre, un’analisi più fine, che, oltre i numeri, guarda alla qualità, conferma la crisi. Molti sociologi delle religioni concordano nel definire la religione degli europei un “credere senza appartenere” volendo intendere con ciò che molti europei continuano a credere in “un Dio” (nel senso più generico del termine) ma, in larga misura, non si identificano più con “il Dio” proposto da una particolare religione di cui non si sentono più membri. Il sincretismo religioso, la religione “fai da te” che oggi è divenuta tanto popolare è la manifestazione evidente di questo indebolimento non tanto della credenza quanto dell’appartenenza religiosa.
A questo processo di mutazione nei confronti delle credenze religiose si affianca la minore influenza dei precetti religiosi sulle scelte di vita privata e quotidiana, se d’altronde non si crede più nel Dio proposto da una religione ben definita, è difficile avvertire come vincolanti le norme di comportamento proposte da quella stessa religione. La conferma viene dai risultati delle indagini sociologiche, concordi nel segnalare il declino non soltanto della pratica religiosa (battesimi, matrimoni religiosi, frequenza ad atti di culto, ecc.), ma anche del rispetto delle indicazioni del magistero ecclesiastico in materia di vita sessuale, attività lavorativa, utilizzo del tempo libero e via dicendo. Il processo di secolarizzazione della vita privata degli europei procede senza soste o rallentamenti significativi. La formula “credere senza appartenere” può essere ribaltata nel suo opposto “appartenere senza credere” senza, con ciò, mutarne il valore.
L’influsso del cristianesimo, in Europa, sopravvive in qualche misura, e sia pure in forma sommersa, nel complesso di valori e principi che orientano in profondità “lo stile della vita politica, il contenuto del dibattito pubblico sui problemi sociali ed etici, la definizione delle responsabilità dello stato e dell’individuo, la nozione di cittadinanza, le concezioni della natura e dell’ambiente, il rapporto con il denaro o le forme del consumo”: tutto ciò “non perché le istituzioni religiose conservino una reale capacità di incidenza (è noto che esse l’hanno perduta ovunque), ma perché la struttura simbolica, da esse posta in essere, “impregna la cultura”.
Queste considerazioni danno ragione a chi sottolinea il “molto cattolicesimo implicito” che sopravvive nel mondo desacralizzato di oggi e la persistenza di “concetti teologici secolarizzati” nella dottrina della politica e dello stato.
La secolarizzazione della vita privata non incide ancora sul riconoscimento alla religione di un valore di civiltà. Anzi, queste analisi sociologiche dimostrano che questa valenza culturale ed identitaria della religione è in crescita: molti europei mostrano un significativo attaccamento ai simboli religiosi cristiani anche quando non osservano più i precetti di questa religione e non si annoverano tra i suoi fedeli. Si pensi come la battaglia per mantenere o reintrodurre il crocefisso nelle aule scolastiche è stata condotta sottolineandone il significato di simbolo della storia e della cultura occidentale, prima e più che quello di testimonianza di religiosità.
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la religiosità ai giorni nostri
I valori assoluti, indubbiamente non sono negoziabili perché ci vengono dalla fede o dall’ideologia, di cui dobbiamo innanzitutto essere testimoni: devono essere professati con la vita, ma il bene comune per la società bisogna ricercarlo con gli uomini di buona volontà, e ciò deve avvenire necessariamente attraverso le regole democratiche del consenso e con la opportuna gradualità.
Perché la realtà sociale, ispirata a valori etico-religiosi o ideologici, sia condivisibile da tutti: credenti e non credenti, o appartenenti a ideologie diverse, deve essere rigorosamente laica. Poiché i valori assoluti delle fedi o delle ideologie non possono essere tradotti in legge per la società (sic et simpliciter), é necessario il passaggio attraverso la mediazione della politica. Qualsiasi uomo, quale che sia il suo credo o la sua ideologia, se impegnato in una società pluralistica, come quella di oggi, deve apportare il proprio contributo di valori e di idee prima con la testimonianza e la coerenza. Solo in un secondo momento,attraverso la mediazione politica, potrà introdurre nelle norme quanto può delle proprie idee nell’intento di conseguire il maggior bene possibile, nel rispetto della laicità della politica e delle regole del consenso.
Oggi più che mai è tempo di uomini maturi, che mandino avanti, in direzione dei loro ideali, la costruzione della società: è di tutta evidenza come la prospettiva di un mondo globalizzato si gioca nella capacità di costruire l’unione rispettando la pluralità, ripensando il personalismo in modo maturo, trascendente, interpretando la solidarietà in modo fraterno, superando il puro legalismo, e rivedendo la responsabilità di tutti con un’opera di formazione.
Questa meta non è raggiungibile che attraverso una forma di laicità matura nel rapporto tra ideologia (qualsiasi ideologia) e politica.
Bisogna che si tenda al superamento del confessionalismo sia esso religioso che ideologico. Per cui i laici cristiani che si impegnano in politica devono avere l’abilità di tradurre il magistero sociale, la fede, il Vangelo mirati all’antropologia, in termini socialmente, culturalmente e politicamente comprensibili e condivisibili, in altri termini, laici, ma questo non vale solo per i cristiani. Superando la tracotanza degli integralismi diversi che vorrebbero imporre il proprio punto di vista, mentre, invece, sul piano politico qualsiasi ispirazione va mediata nel confronto, nel dibattito, nella gradualità e nelle incertezze della vita democratica.
Questo è difficile quando sono in gioco i valori morali della vita e della ideologia/religione, ma anche essi sono soggetti alla opportunità, alla relatività, alla prudenza che caratterizza il confronto politico e possono affermarsi nella misura in cui riescono a conquistare il maggior consenso.
Molti sono coloro che vivono questa situazione come una crisi grave e cercano rifugio sull’Aventino della vita privata: non voglio sporcarmi le mani, preferisco operare nel sociale, aiutare i disabili, dare aiuto al terzo mondo, fare del volontariato, ma non parliamo di politica. Le battaglie, però, non si vincono fuggendo, ritenendo così di scegliere il minore tra i mali, il problema vero é fare il maggior bene incidendo, fin dove è possibile, con le proprie idee.
Senza dimenticare che la ricerca del bene comune ha le sue regole, un passaggio inevitabile, quelle del consenso dei cittadini, stabilite dalle procedure democratiche, la costruzione del consenso, con il convincimento e la pazienza, mai principi assoluti per tutti.
Non si vuole, con questo, affidare alla maggioranza il riconoscimento della validità di un principio, bensì di riconoscere al singolo l’assunzione di responsabilità nella crescita del costume civile di tutti.
Se si vuole, quindi, dare un’anima alla democrazia di oggi c’é bisogno di cristiani, marxisti, liberali maturi, fedeli alla proprie “fedi”, che, responsabilmente, nel dialogo fra culture, costruiscono la società da veri laici. Per quanto é possibile, ciascuno in direzione dei propri ideali.
Quando parliamo di laicità in politica, quindi, dobbiamo intendere che tutti gli appartenenti alle diverse ideologie diventino laici, perché altrimente non si può realizzare una democrazia matura.
Questo, naturalmente, vale per coloro che veramente professano un credo o una ideologia con onestà intellettuale, gli altri, quelli per i quali la fede o l’idea è un maquillage opportunista, non soffrono di scrupolo alcuno nel cedere, parte o tutto di quanto professano, con l’intento di raggiungere un solo obbiettivo: mantenere il potere.
In questo spirito se il cristiano deve capire che in una società che va verso la “scristianizzazione” non si può più pensare ad un modello di famiglia completamente ispirato al cristianesimo, il marxista non può ignorare il residuo di cultura cattolica che permea la società (in questo deve consistere la sua laicità). Ciascuno deve capire che ci sono fasi della storia in cui é opportuno cedere sul proprio dogma, riservandosi di riproporlo, se opportuno, in tempi diversi e migliori.
Sessant’anni fa, i Costituenti furono capaci di superare divergenze ideologiche, che parevano invalicabili, in nome del bene comune del paese, integrando il personalismo della tradizione cattolico-democratica, la solidarietà della tradizione socialista e la laicità della tradizione liberal-democratica. Bisogna forse ripercorrere quella strada, ma oggi il problema non sono le vecchie divisioni ideologiche, ma l’imponente personalismo che caratterizza la classe politica dominante.
Di fronte al pensiero neo-liberista in auge, che riduce la persona a individuo, la solidarietà a puro legalismo formale e mortifica la partecipazione responsabile dei corpi intermedi, occorre una nuova cultura politica, fondata su una concezione integrale di persona, su una solidarietà vera e su una laicità positiva.
La nuova cultura politica, che possiamo definire neo-personalismo solidale-laico, in piena continuità con la Costituzione è necessaria per ridare un’etica alla politica e passare dalla crisi in cui oggi si dibatte la democrazia a una forma più matura.
In questa società globalizzata e pluriculturale e plurietnica, c’è bisogno di costruire l’unità nel rispetto delle diversità.
Ciò è possibile con il dialogo e la collaborazione: l’esperienza dimostra che l’incontro politico tra credenti e non credenti, tra appartenenti a ideologie diverse, è possibile, anche in mancanza di sintonia nell’interpretazione dei medesimi valori, ma solo una laicità positiva, consente l’incontro tra le diversità, nel rispetto delle identità.
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Le bambine, divenute ragazze, hanno conseguito la licenza elementare non frequenteranno la scuola media per disinteresse familiare e per i “pericoli” connessi, diventano, quindi, da subito delle donne di casa. Le famiglie, quasi sempre numerose, hanno bisogno di “’na manu” da parte di tutte le componenti della famiglia, specialmente nell’allevare fratelli e nipoti. Non svolgendo la famiglia una attività in casa difficilmente vanno a lavorare fuori, al massimo vengono “mannati ‘nta ‘na custurera”, “a mastra” del vicinato per imparare “’u puntu” di grande utilità nella vita domestica.
Non avendo altri scopi, né compiti da assolvere, né progetti da realizzare resta loro un solo obiettivo: trovare un marito. Ed é questo che aspettano, impazienti, “s’abbessunu” e, nei pomeriggi estivi siedono a crocchio fra donne sui davanzali o, nella cattiva stagione, si affacciano in ogni occasione e senza motivo.
Una ragazza “virginedda” non sa niente della “vita”: questo che spesse volte é vero, quando non lo fosse deve essere simulato perché non può succedere che appaia “sapitura” di cose che il suo stato non le consente di sapere. Questo, se é vero quando la ragazza, lascia la condizione di bambina, diventa decisamente improbabile allorché cresce e le sue amiche d’infanzia “vanno facendo il salto” della barricata e inevitabilmente fanno qualche confidenza “fori postu” di “fimmini maritati”.
Infatti le donne maritate, quelle grandi, quando é presente ‘na carusa”, e il discorso prende una piega, che può turbarne le orecchie caste, la invitano ad allontanarsi (“attia, tu vattinni dda bbanna! Ca sti cosi ne po’ sentiri”) al fine di potere continuare a sostenere che lei non sa niente della vita.
Così pure il suo vocabolario é limitato dal “nubilato”, ci sono parole che “non stanu ‘nta vucca di ‘na picciuttedda schetta”, manco a dirlo sono quelle che fanno, direttamente o indirettamente riferimento al sesso e dintorni che qualora venissero, comunque pronunziate in sua presenza, bisogna che le lasci passare senza mostrare di comprenderle per non compromettere il suo stato di “picciotta schetta”.
Con queste accortezze possiede tutte le qualità di “carusa ‘ngenua” che, assieme a “carusa abbissata” e “carusa sora” sono le doti che la rendono appetibile agli “scapoli”, in genere del vicinato essendo ancora lontani i tempi del villaggio globale. Il detto “donne e buoi dei paesi tuoi” é caratteristico dei tempi, perché tutto succede nell’ambito del vicinato, anche per l’esigenza di non perdersi niente delle vicende di vita della prossima sposina, “’nzamai avissi fattu quarchi passu fassu!”
A proposito di passi falsi può essere annoverato fra questi il caso di colei che cambiasse fidanzato, contro il sacro principio radicato “unu ‘u zitu, unu ‘u maritu”, principio che non ammette deroghe per le famiglie “ca hanu russuri”. In forza di tale principio, l’unicità di obiettivo della giovane, il matrimonio, non autorizza la nubenda a lasciarsi scoprire a coltivare questa voglia, mostrando interesse per questo o per quello, il suo atteggiamento deve essere occhi bassi e indifferenza perché la scelta non spetta a lei, il consenso ad un eventuale pretendente deve venire dal padre (con il supporto “autorevole” della madre). La ragazza che non si attiene a queste regole di comportamento “si fa ‘a nomina di sfrinata”, che non è un bel titolo, la annovera fra le suffraggette che un giorno chiameremo “femministe”.
Hanno la pretesa del “fai da te” in materia matrimoniale, quelle le cui “fuitine” saranno autentiche, mentre le altre, la più parte, questa strada la percorrono per giungere al matrimonio per la scorciatoia. Fare un matrimonio con tutti i requisiti é roba da borghesi, annoverabile fra le aspirazioni di “’na matri arrinisciuta” che vuole rompere con la modesta tradizione familiare e potersi vantare “iu, a me figghia a maritai ccu velu, mi custau chiddu ca mi custau, ma iappi ‘na bella suddisfazzioni! Cci inchii na casa: bellu mobili, stili imperu, e ‘a doti di ‘na rigina. Mi desi ‘npreju! ” La ”fuitina”, invece, implica un successivo matrimonio “alla buona”, senza sfarzo.
Con il matrimonio la giovane, anche se precoce per l’atto, diventa a tutti gli effetti “’na fimmina maritata”, se si secca può dire le parolacce che una volta, da signorina, non si sognava neppure; se si trova in un consesso può dire le sue parole “grasse” e sorridere ai doppi sensi.
Ma continua a non sapere nulla di nulla, fatta eccezione per la parte pratica, per lei sa tutto il marito, anche se, e non capita solo qui, il marito, ha, in materia, una educazione da lupanare, fatta più da parole sboccate, frutto di un passaparola invece che da informazioni certe e verificate.
I matrimoni fondati su questi presupposti, come la mancanza delle conoscenze fondamentali per l’intesa e la conoscenza reciproca, non hanno tanta consistenza, il soccorso viene dalla mentalità e dai condizionamenti che, più che la fede e la formazione, impongono l’indissolubilità,.
Al primo screzio le famiglie corrono ai ripari, quella di lei come quella di lui, soprattutto in presenza di figli, ma anche senza; né lui né lei vuole accettare “il libello del ripudio”, lei perché non si pensi che prima o in costanza di matrimonio abbia “fattu ‘n passu fassu”, lui perché non si insinui il dubbio di non essere “abile” al ruolo.
La cosa si risolve sempre con la remissività della donna alla quale tutti ricordano di “fari paciènza, comu ava fattu so matri, so zia, so soru….” c’é sempre qualcuna prima, ma la verità é che una donna non può, per motivi diversi (economici e sociali in particolare), permettersi di chiudere in tal modo una esperienza matrimoniale. Se il marito é proprio “’na cruci”, “megghiu ‘na santa morti!”, l’unica soluzione che rende giustizia alla “mala maritata”. Nella norma finisce sempre che la moglie “cci pigghia i versi” e “cci attacca affizzioni” perché non gode di una bella considerazione la donna “spartuta du maritu”, é sempre di quel tipo suffraggette, in seguito femministe, dietro la quale si “mussia”.
La moglie canonica é formalmente, buona, remissiva e accomodante, che è, o si mostra, come appendice dell’uomo che, “’nsittannu o sbagghiannu”, ha preso in marito e al quale ha promesso che lo avrebbe seguito “dovunque avesse voluto fissare il suo domicilio”, divenendo cosa sua e accettando, se necessario, anche le corna.. Ho conosciuto qualche moglie, di cultura ortodossa, che, nel preparare la tavola, disponeva i piatti per i figli, e “’a ‘nzalatera” per il marito, il suo coperto non c’era, lei mangiava attingendo da quello di lui a testimonianza dell’unione della coppia e dello stato di soggezione della donna, nel “gradito” ruolo complementare di amministratrice della casa, fattrice ed educatrice di figli.
E’ nella caratteristica dell’uomo “cacciatore” immaginare, soddisfare o millantare il suo “smodato“ interesse per “i fimmini”, una questione di dignità non trascurabile, pena la scarsa considerazione dei propri simili (quelli con lo stesso metro). E’ un principio generale che fa adepti in tutto il mondo, in tutte le classi sociali, specie fra quelle in cui impera l’ostentazione di disponibilità economica, di mascolinità o di potere che sottomette tutto e tutti. Che rende talmente appagati, da cui il famoso detto “u cumannari é megghiu du futtiri”. Costoro, vero o no, devono far credere a conoscenti, amici, al mondo intero che loro, se non hanno una gran bella moglie, hanno “na bedda fimmina”(amante) dalla quale traggono il massimo del diletto, realizzando, così, in toto la loro mascolinità, “sacrificata”, con il matrimonio, alla famiglia.
Il ruolo della moglie, infatti, é uno soltanto: fare figli (una volta più numerosi) che testimonino la sua “potentia generandi” e gestire la famiglia sia sotto l’aspetto materiale che morale, ma stando “al posto suo”. A gestire la sua immagine di “ maschio” ci pensa lui esibendo la sua “potentia coheundi” con parole e fatti, spesse volte più parole che fatti. Le donne di qua (le altre non sono diverse), purché torni a casa, hanno il massimo della comprensione: é “masculu”.
Chi dirige, chi indirizza, chi raddrizza l’errore?
La “fimmina di spirienza” colei che conosce la vita, non per studi fatti, ma per averla vissuta e per aver visto altri viverla in tanti anni. Donna Tudda, ottanta anni portati con lucidità. In un ambito culturale dove la vita è unica scuola, e non vi sono titoli accademici, il titolo riconosciuto è l’età, o meglio l’esperienza che questa si porta dietro. Per questo motivo nelle culture passate la canizie, l’anzianità ha sempre goduto di un credito che a noi, che ci avviamo ad essere i vecchi di domani, non verrà riconosciuto. Condizione irrinunciabile é l’assenza di rincoglionimento, l’abilità a dire il proprio pensiero e la saggezza nel consigliare. Donna Tudda accorreva, chiamata, a motivare persone sfiduciate, a ricomporre situazioni in disfacimento e cercare soluzioni ispirate dalla saggia esperienza. Quanti argomenti ha, provenienti dai tanti ricordi della vita.
Posted by Mile on aprile 27th, 2009 :: Filed under
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Sociologia
Nell’eloquio del catanese “marca liotru”, ricorre una specie di tic che è, invece, un intercalare ossessivo di cui, chi lo usa, perde il controllo fino al punto di vederselo scappare nei momenti meno opportuni, con le persone meno adatte, in presenza di signore, anche le più “schizzinose”. Nella letteratura classica lo si ritrovava nelle forme di ”ohibò!”, “cribbio!”, “sacripante!” (tutti ci interrogavamo sul significato letterale, ma, di una cosa eravamo certi, manifestava meraviglia), nella letteratura corrente, più realistica, non ci si fa scrupolo di convertirlo, con disinvoltura, in “c….!”(il significato é palese e non ci si meraviglia più). Come non ci si meraviglia più della “m…..!” frapposta ogni tre/quattro parole che, piuttosto che fare perdere il filo del discorso, intende sottolinearlo, contribuendo a dargli colore.
Il nostro, infatti, é un linguaggio colorito ed efficace che colpisce la fantasia dell’ascoltatore e, poiché alle parole si accompagnano i gesti, a quello che le parole non dicono sopperisce la mimica.
L’efficacia dei termini e la mimica connessa è inversamente proporzionale alla proprietà di linguaggio, al garbo e alla signorilità dell’interlocutore. Per cui più l’estrazione è popolare più il parlare è colorito ed il gesticolare enfatico Usa termini e gesti che colpiscono, teatrali, ironici, da commedia dell’arte o da tragedia greca. Nel popolo minuto qualsiasi cosa si dica, deve attingere un solo obiettivo: convincere, senza lasciare dubbi nell’interlocutore. Per cui se si fa un giuramento ci si appella al trascendente “Bedda Matri!”, “Quantu vogghiu beni ‘o Signori!”, “Sull’Ostia Sacra” o ai valori altrettanto sacri della vita e della famiglia quali “Quantu stimu ‘a saluti!” o “Quantu stimu ‘a vista di l’occhi”, il famoso “m’ha moriri mò omà !” o il definitivo “m’hanu ammazzari!”.
Le imprecazioni partono dall’eufemistico “caspitina!”, al “caspitina daveru!” , “botta di vilenu!”, “botta di sangu!” per giungere al conclusivo “morti ovva….” cui è implicita l’aggiunta “ca non ti”, “ca non mi”, “ca non nni” “viri”.
Infine ci sono “i jastimi”(invettive) un malo augurio all’indirizzo di chi, si ritiene, abbia fatto del male o abbia agito in maniera da procurare danno, ma anche, nel parlare familiare, per scaricare uno stato d’ira. Di queste “jastime” ce ne sono tante e di vario tipo, spessissimo tinte di sangue come “’ncamiu di pettu!”, “t’hanu ammazzari!” o, con la variante, “t’hanu ammazzari a scanciu!”, “t’hanu a purtari tisu tisu!”.
“Diu ni scanzi di li mali lingui!”, non c’è di peggio che incappare nell’ostilità di qualcuno intollerante e di basso lignaggio o di cultura popolare perché mentre l’uno normale ti manda soltanto a quel paese, con l’altro rischi di finire sotto un treno.
Ma il bello della nostra cultura e del nostro linguaggio sono proverbi, motti e modi di dire che arricchiscono la parlata dei nostri vecchi, “genti di ‘spirienza ca canusciunu ‘a vita”. A sentire parlare un vecchio di questi, spesse volte, ti senti scaricare addosso una caterva di ovvietà e di luoghi comuni, ma talvolta, se hai la fortuna di trovare il vecchio giusto, senti la saggezza “trasudare” dalle sue parole, pesate e accompagnate da detti, ricchi di cultura, concentrato di esperienza tramandataci dagli avi ,”i palori d’antichi non ponnu veniri mai menu”. I detti, i proverbi e le massime sono tanti e volere tentarne una esposizione, sia pure una piccola, non è quello che ci si propone, c’è chi lo ha già fatto con competenza, si vuole semplicemente ricordare come la parlata del nostro popolo è cultura, che andiamo perdendo senza farcene scrupolo come, un giorno per fare spazio, ci liberammo d’armuarri, du cantaranu, da crirenza, da buffetta du nannu, du lavamanu e da tuletta da zà Cuncittina e du lettu di ferru da nanna con la testata dipinta a fiori. Oggi, tornato l’interesse per l’antico, ci fustigheremmo.
Cosa succederà ai nostri figli, quando, finita la moda del villaggio globale, sentiranno il bisogno di tornare alle “radici”? Si accorgeranno, allora, della povertà di spirito, del complesso di inferiorità e della meschinità di noi genitori che abbiamo, per una presunta “signorilità”, omesso di trasmettere loro la cultura che i nostri padri hanno costruito “muddichedda a muddichedda” con l’apporto delle civiltà che, nel corso dei secoli, da un canto ci hanno assoggettati, dall’altro ci hanno arricchiti lasciandoci traccia del loro passaggio.
Cose di un altro mondo!
Posted by Mile on aprile 27th, 2009 :: Filed under
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